Gli eroi di Chernobyl


Il sacrificio dei vigili del fuoco di Chernobyl nell’intento di spegnere le fiamme del reattore 4 che provocò l’incidente nucleare che ha tenuto con il fiato sospeso l’intera Europa.
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Nelle prime ore del 26 aprile 1986, 37 squadre di Vigili del Fuoco – 186 pompieri e 81 camion – giunsero a Chernobyl dall’intera regione di Kiev; alle 6:35 avevano preso il controllo degli incendi visibili attorno al reattore numero 4, ed anche se il cratere continuava a bruciare il capo dei pompieri di Kiev riferì che l’emergenza era passata. In realtà, il reattore numero 4 era andato; al suo posto un vulcano di uranio fuso e grafite in fiamme; un incendio impossibile da spegnere. Ancora una volta i pompieri erano andati a sacrificare le loro vite per salvare quelle di altre persone: si può dire che in quell’occasione abbiano, senza retorica, salvato il mondo. Ora non possono sussistere dubbi sul fatto che la tragedia fu imputabile ad un errore umano, ma oggi molte cose che appaiono scontate o dettate da sequenze quasi demenziali di errori inanellati, dovrebbero essere rivissute con un’ attenzione maggiore ai tempi, alle situazioni e alle logiche peculiari dell’epoca e del contesto. 

Ancora oggi si legge che la centrale di Chernobyl era vecchia e fatiscente. Sono informazioni false. I lavori di costruzione della centrale iniziarono nel 1970, il reattore 1 iniziò il servizio nel settembre 1977, il reattore 2 nel gennaio 1979, il reattore 3 nel gennaio 1981 e il reattore 4, quello interessato dall’esplosione nel 1983. All’epoca dello scoppio erano in costruzione i reattori 5 e 6, a testimonianza di un concetto costruttivo ancora considerato non solo attuale ma valido. Si è scritto di tutto anche perché si sapeva poco di quanto era effettivamente accaduto. I responsabili politici del Cremlino divulgavano comunicati senza senso, perché non sapevano bene cosa stava succedendo e cosa sarebbe potuto succedere. Eppure qualcuno ha salvato l’umanità intera da una catastrofe con potenzialità apocalittiche inimmaginabili tanto che il sacrificio di pompieri, volontari ed addetti alla centrale è passato in secondo ordine, dimenticato dall’orrore che il Mondo ha provato dinanzi all’incidente nucleare. 

I Vigili del Fuoco russi sono come i pompieri di New York. Eroi per caso e per scelta. Per questo in queste pagine vogliamo ripercorrere le ore drammatiche di quegli eventi che hanno portato alla morte 16 pompieri. 


 Appena prima dell’una e venticinque di notte, con le fiamme che si sprigionavano alte decine di metri nel locale del reattore, l’allarme suonò alla caserma interna dei pompieri numero 2 della centrale di Chernobyl: nella stanza di controllo c’era una pulsantiera luminosa con centinaia di spie collegate ai rivelatori di fiamma, uno per ogni stanza del complesso; erano accese tutte. 

Quella notte di guardia, ricordano le cronache del tempo, c’era Anatoli Zakharov, pompiere veterano dislocato a Chernobyl dal 1980. Tra i primi a partire, appena sceso dal camion accanto all’edificio in fiamme non ci mise molto a capire da dove provenissero i pezzi di grafite incandescente conficcati nell’asfalto fuso del piazzale, portati dall’esplosione del reattore; disse: “mi ricordo che scherzavo con gli altri: ci deve essere una quantità incredibile di radiazioni, qui. Siamo fortunati se domattina siamo ancora vivi.” Lui lo è ancora mentre 16 compagni su 28 degli equipaggi di vigili interni della centrale, i primi ad intervenire, sono morti nei giorni immediatamente successivi all’incidente. I detriti incandescenti del reattore avevano innescato l’incendio della guaina bituminosa di copertura dei tetti degli edifici adiacenti, rischiando di fare propagare l’incendio al locale turbine o, peggio ancora, al vicino reattore numero 3; così mentre Zakharov rimase a presidiare il camion fermo sul piazzale il tenente Pravik prese con sé gli altri vigili della squadra e, appoggiata una scala, salì sul tetto per spegnere il fuoco della copertura. 

Fu l’ultima volta che Zakharov vide i suoi colleghi vivi; erano privi di abbigliamento protettivo o dosimetri: i detriti radioattivi si erano fusi con il bitume incendiato e, quando il fuoco venne spento cominciarono a spostare e togliere a mani nude i pezzi di copertura per poter procedere verso il cuore dell’incendio, supportati dai rinforzi arrivati dalla vicina città di Pripyat. Pravik e i suoi uomini riuscirono a portare le condotte d’acqua fino all’orlo del reattore in fiamme, in una ultima, eroica e purtroppo inutile azione di coraggio: la grafite delle barre di controllo esplose bruciava a oltre 2000 gradi, e continuò a farlo per molti mesi, indifferente a tutta l’acqua che le veniva buttata addosso. I pompieri di Chernobyl erano stati esposti ad una dose di radiazioni “letali” superiore perfino alle vittime di Hiroshima, dove si produssero raggi gamma solo nell’istante della detonazione e a 2500 piedi di altezza. I vigili in azione sul tetto del reattore rimasero in loco per più di un’ora, esposti a raggi gamma e neutroni emessi dall’uranio e dalla grafite radioattivi in fiamme, a dosi di 20.000 roentgen/ora (la dose letale è di 400): dopo 48 secondi di esposizione la loro morte era sicura. Vennero colti da conati di vomito e da febbre altissima. Non stavano in piedi. I colleghi li trasportarono in ospedale da dove poi vennero trasferiti a Mosca all’ospedale numero 6, specializzato nel trattamento delle radiazioni. Dove morirono due settimane dopo, vittime predestinate di esposizioni talmente intense da far diventare blu gli occhi castani del tenente Vladimir Pravik. Il pompiere Nikolai Titenok invece riportò ustioni interne così severe da presentare ulcerazioni al muscolo cardiaco; tutti vennero sepolti in sarcofagi sigillati in piombo.

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